Abbigliamento
maschile
Una notevole varietà di abbigliamenti maschili ci è pervenuta dalle fonti
iconografiche, ponendo in evidenza che l’utilizzo di un colore o di una
particolare foggia dell’abito indicava l’appartenenza ad un gremio:
ortolani, beccai, contadini, pescatori, pastori, artigiani, pur concedendo al
singolo una certa discrezionalità nelle rifiniture e nei dettagli.Non discostandosi in maniera eccessiva, tranne che per il
vestito del pescatore, dagli altri modelli maschili del resto dell’isola,
il vestiario cagliaritano presenta tuttavia le sue peculiarità.
Con il suo carro trainato da un
giogo di possenti buoi, percorre le strade della città e dei borghi trasportando derrate
alimentari, persone o materiali, assicurandosi
così una conveniente rendita. Ancora oggi“su carradori “,
nella Festa del primo di maggio, accompagna il cocchio dorato col simulacro
del Santo Patrono dell’isola, Efisio d’Antiochìa,
lungo la strada che lo conduce verso il luogo in cui avvenne il martirio.
Sostanzialmente molto simile agli altri costumi cagliaritani presenta una vistosa differenza per il farsetto (sa facchina): con o senza maniche, di panno scarlatto
profilato da spighetta nera, quest’ultima di
seta o di velluto. Quindici metri di questa guarnizione sono cuciti intorno ai
profili esterni ed alle cuciture a formare una serie di linee parallele.
“Ragas“, gonnellino in panno a pieghe, è stretto alla vita
con la cintura in velluto ricamata. Una giacca nera
Sulla testa un berretto scarlatto (piberoni o berritta)
di forma troncoconica, somigliante al fez di uso comune nell’area mediterranea.
Alle soglie del
XX secolo anche il vestiario maschile
subisce una sorprendente e rapida
trasformazione.Dapprima l’abbandono dei colori sgargianti e l’utilizzo dei
colori scuri per la confezione dei corpetti e, in seguito, l’abbandono
del classico gonnellino “arrodinu”
a favore di un più comodo paio di calzoni. L’ultimo vestito che decreta
questo passaggio è caratterizzato da una forte contrapposizione fra due colori:
bianco e nero. Bianchi
rimangono infatti la
camicia e i calzoni di tela neri sono il
gonnellino “ragas” ed il corpetto in panno o velluto a
doppio petto. Unica nota di colore, segna la vita una fusciacca rossa “sa fascadroxa“.
Sul capo poggia
una “berritta” di panno nero.
E’ importante sottolineare che
l’abbigliamento maschile prevedeva anche l’utilizzo di una
sopraveste senza maniche di pelle ,“su
collettu” da indossare sopra gli abiti,
finemente decorato con fregi e allacciato da ganci d’argento.Le descrizioni riportano quello usato a Cagliari dai macellai ma, di
questa tipologia di vestiario, a noi non è pervenuta alcun esemplare.
La vocazione ai traffici e alla pesca
è sempre stata la caratteristica della città, pertanto non stupisce che data la
professione esercitata, “su Piscadori”
sia stato quello che ha accolto maggiormente la contaminazione e
l’influenza di altre culture mediterranee.
L’abbigliamento lavorativo prevedeva semplici calzoni di tela e una
camicia di cotone. Notevolmente più elaborato è l’abito festivo. Sulla
camicia di cotone, chiusa da bottoni in filigrana, indossa un gilet in tessuto
di seta operato o ricamato chiuso sul davanti con una fitta bottoniera in
filigrana. I pantaloni sono di panno rosso a tubo stretti in vita da una
fusciacca, di colori e materiali differenti, che avvolge
più volte la vita facendo ricadere su un fianco le sue frange.La giacca, a doppio petto, decorata da una duplice fila di piccolissimi bottoni, è di pesante panno nero o
blu. Infine un alto berretto
di panno rosso, quasi una torre formata da cerchi concentrici di stoffa, è
calzata sulla testa. A completare l’abbigliamento, il lungo
soprabito (sereniccu) di tessuto color caffè, ornato di passamanerie e dotato di
ampio cappuccio. L’unico esemplare a noi giunto di questo capospalla è custodito al Museo delle Arti e Tradizioni
popolari di Roma.